The Twelfth – Belfast, Northern Ireland

Come in un grande luna park non si riesce a capire dove arrivi il sordo rumore dei tamburi e il sibilo dei pifferi.

Ancora in mutande scosto la tenda della finestra che dà sulla strada e contro il muro di fronte un poliziotto in tuta antisommossa si gira custodendo il suo mitra. Mi guardo intorno e noto che entrambe le uscite della piccola strada sono chiuse da numerose camionette. In giro nessuno.

D’altronde sotto il cartello con scritto Lower Regent Street c’è il suo corrispettivo in Gaelico e Falls Road non è poi così lontana, come anche Shankill Road. “Where are you going?” mi chiede il poliziotto.

In quel clima surreale, che porta l’immaginazione a situazioni viste solo nei filmati sgranati della BBC, gli chiedo ingenuamente se è possibile andare a vedere la parata. Mi indica un vicoletto vicino e mi insegna la strada per raggiungere il centro senza fare troppo rumore.

Il 12 Luglio è public holiday in Nord Irlanda, anche se a festeggiare sono i protestanti, o meglio ancora gli Orangisti. L’occasione è la vittoria nel 1690 di King William su James II.

William il protestante. James il cattolico.

Chi oggi ha in concessione la licenza di vendere bandiere della Gran Bretagna farà metà del suo fatturato annuale. Camminando noto con la coda dell’occhio una poliziotta che porta uno smartwatch color arancione. Probabilmente è un caso, anche se a Belfast non esistono le coincidenze.

Il ritmo della parata è più o meno sempre uguale. Bande di tamburisti e pifferai che suonano marce centenarie di centenarie battaglie, onorando persone morte uccidendo.

Su di un drappo ricamato d’oro leggo la scritta “Figli di conquistatori” che sovrasta l’effige di Lord Mountbatten, ultimo Vicerè dell’India, cugino della Regina Elisabetta, assassinato dall’IRA nel 1979.

Dietro la banda i membri dell’ Orange Order. Nonostante sia la loro festa non si distinguono per allegria. Con il viso in smorfia scrutano la folla dall’alto delle loro divise addobbate da medaglie e l’unico contatto che hanno è con i bambini che si sporgono dalla folla per dargli il cinque, i quali poi si girano per ricevere il serio ma soddisfatto gesto di approvazione da parte dei genitori.

I giovani, futuri membri dell’ordine, cercano di darsi un tono, rigidi nelle loro divise e con lo sguardo più cattivo che orgoglioso. Un musicista si ferma e qualcuno gli passa una fiaschetta di whisky, che rapidamente svuota.

Dalla folla capita talvolta uno sguardo circospetto, tra un applauso e una birra. Sotto la pelle dell’allegria e dell’euforia si può quasi sentire il sibilo del nervosismo. Qualcuno indica al suo vicino che lo sto riprendendo. Un bambino correndomi davanti mi alza il dito medio, forse per goliardia.

L’ultima processione passa e lascia la strada deserta fatta eccezione per la montagna di immondizia facile preda dei gabbiani. Come avvoltoi, gruppi di spazzini ripuliscono militarmente le strade e cinque minuti dopo le auto ricominciano a circolare, come se non fosse successo nulla.

A lato della strada la gente si rifugia nei pub e nella birra, riguardando sullo smartphone i video della parata appena terminata.

Un vecchio si sente male, accasciandosi, ed è circondato dai paramedici e da buoni samaritani.

In lontananza gli ultimi rintocchi dei tamburi lasciano lo spazio alle sirene della polizia.

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